PROGETTO “I WAS A SARI”

 

Nelle nostre botteghe Chico Mendes Altromercato di Milano e Brescia puoi trovare gli accessori del progetto “I was a Sari”: sciarpe, collane, borse realizzate con Sari riciclati.

IL PROGETTO “I WAS A SARI”

Dietro ogni prodotto I was a Sari si cela la storia di due bellissime trasformazioni. La prima è quella del sari, il tipico vestito delle donne indiane, che riciclato diventa un accessorio di moda. La seconda, è quella della possibilità di lavoro e di emancipazione delle donne che ne hanno curato la produzione.
Attualmente I was a Sari produce sei collezioni di accessori e gioielli tessili, tutti realizzati con sari opportunamente trattati, residuo di lavorazioni o anche di seconda mano.

Il progetto I was a Sari è gestito dalla cooperativa WIPALA di Arezzo. Wipala è un’organizzazione di commercio equo e solidale nata nel 2001, Socia di Altromercato. Oggi gestisce 4 botteghe. Tra i Soci fondatori di Wipala c’è OXFAM Italia, con la quale Wipala ha un rapporto di partenariato. Da questa collaborazione sono nati diversi progetti di importazione diretta da India, Ecuador, Vietnam, Repubblica Dominicana e Palestina: I Was a Sari è il frutto di un contratto di partnership tra Wipala, Oxfam Italia e l’associazione di donne (I was a Sari) per il recupero e la lavorazione di tessuti utilizzati per i sari. 

Il valore di questo progetto è chiaro:

– è un progetto di commercio equo e solidale

– è un progetto che coinvolge una comunità di donne

– è un progetto di recupero di materiali che altrimenti andrebbero buttati

Spiega il fondatore, Stefano Funari:

“I was a Sari nasce come progetto di emancipazione femminile per donne provenienti da situazioni di disagio sociale. Le sarte vengono tutte formate praticamente da zero, con corsi di formazione professionali e qualificanti sul mercato del lavoro. I was a Sari è “impresa” perché si muove all’interno del mercato, con l’obiettivo di generare un profitto, con prodotti di qualità e personale adeguatamente formato, inquadrato e remunerato.  L’anima “sociale” di I was a Sari sta nell’essere un’impresa sociale secondo la definizione del Nobel prof. Yunus: il profitto, al netto dei costi, non genera dividendi e viene interamente reinvestito per estendere e rafforzare l’impatto sociale. La formazione al lavoro di donne che provengono da condizioni di svantaggio sociale, da generazioni escluse dal mercato del lavoro, non si esaurisce nell’apprendimento del mestiere. Si tratta di donne in balia della famiglia e della comunità di appartenenza, in un contesto sociale che di norma è contro l’emancipazione femminile. Per creare un vero impatto sociale, ovvero delle reali opportunità di income generation per queste donne, dobbiamo occuparci anche di migliorare le loro generali condizioni di vita. Si tratta quindi anche di fornire assistenza in tema di diritti, salute, sanità.”

L’intervista integrale con approfondimenti interessanti la potete trovare a questo link https://indiainout.com/i-was-a-sari-unimpresa-sociale-indiana-dal-cuore-italiano/

PERCHE’ CONTINUIAMO A VENDERE I PRODOTTI DEL PROGETTO I WAS A SARI

Chico Mendes Altromercato continuerà a proporre i prodotti di I was a Sari perché è convinta che non si debba assolutamente penalizzare le donne che si occupano di questa produzione e svilire la loro attività imprenditoriale di elevata qualità, che nulla c’entra con i fatti avvenuti, anzi. Le donne coinvolte sono già vittime del loro contesto socio economico e questa vicenda aumenta la convinzione che continuare a sostenerle (con l’acquisto dei loro prodotti) è doveroso e necessario: l’opportunità di emancipazione, formazione, indipendenza economica dipende proprio dalla loro possibilità di accesso al mercato e dalla vendita. Questo è quello che noi possiamo e dobbiamo fare per rafforzare i processi positivi di empowerment femminile. 

LA POSIZIONE DI OXFAM ITALIA

Riportiamo il comunicato di Oxfam Italia in risposta ai fatti accaduti. 

Come probabilmente già sai, Oxfam è oggetto dallo scorso 9 febbraio di una forte attenzione mediatica, divampata in Inghilterra sulle pagine del Times e dell’Observer per poi diffondersi in tutta Europa e anche nel nostro paese. Con queste poche, semplici righe cerco di fare chiarezza e spiegarti meglio che cosa è successo, quali siano i valori in campo, le misure che sono state intraprese.

Nel 2010 Oxfam ha risposto in tempi brevissimi all’emergenza umanitaria causata dal devastante terremoto che si è abbattuto il 12 gennaio dello stesso anno sull’isola di Haiti.  1 milione e 200 mila persone sono state soccorse grazie al lavoro di circa 1000 fra nostri operatori locali e internazionali, che hanno costruito rifugi, portato cibo e distribuito 300 milioni di litri di acqua pulita da bere e per lavarsi, scongiurando così la diffusione del colera.  Per fare tutto questo Oxfam ha raccolto in tutto il mondo 98 milioni di dollari, dei quali ogni centesimo è stato interamente impiegato sul campo.

Mentre la risposta umanitaria era in atto, 7 fra i membri dello staff di Oxfam Gran Bretagna presente in loco, incluso il country director belga Roland Van Hauwermeiren, sono stati indiziati di frequentare prostitute e di molestie sessuali nei confronti di donne haitiane. È altresì stato ipotizzato che gli stessi uomini avessero tenuto un comportamento simile già nel 2006 in Chad, sempre mentre operavano per conto di Oxfam Gran Bretagna.

Oxfam GB ha immediatamente avviato un’indagine interna sui fatti di Haiti, allo scopo non solo di verificare le eventuali responsabilità dei 7 operatori coinvolti ma soprattutto di tutelare e salvaguardare le potenziali vittime. Le indagini hanno portato alle dimissioni di tre operatori durante il loro svolgimento e al licenziamento di altri 4 alla loro conclusione. A partire dal 5 settembre dello stesso anno Oxfam GB, coerentemente ai valori di trasparenza dell’organizzazione, ha rappresentato i fatti ai mezzi d’informazione, alla Charity Commission britannica e ai principali donatori internazionali.

Recentemente sono state inoltre presentate alla stampa inglese accuse di molestie nei confronti di una ragazza minorenne che prestava volontariato presso uno delle centinaia di Oxfam Shop inglesi. Di queste segnalazioni sarebbe stato informato anche il numero 1 di Oxfam GB, Mark Goldring. Anche in questo caso l’applicazione della procedura è stata tempestiva e rigorosa.

Il 12 febbraio 2018, all’emergere di forti connessioni fra quanto successo ad Haiti e 4 anni prima in Chad, l’attuale Vice Direttrice di Oxfam GB – all’epoca Direttrice dei Programmi di Cooperazione e quindi la responsabile più alta in grado dei programmi ad Haiti – Penny Lawrence, dimostrando un forte senso di responsabilità morale, ha annunciato le proprie dimissioni.

Perché fatti come questi, che condanniamo fermamente e incondizionatamente e che non hanno mai visto coinvolti operatori di Oxfam Italia, non accadano più già dal 2011 sono state rafforzate le misure esistenti e recentemente messe in atto nuove procedure di salvaguardia in tutto il mondo. Oxfam, con questa ulteriore iniziativa, si impegna, al fine di essere progressivamente all’avanguardia, nella gestione dei casi di comportamenti scorretti e di molestie nei progetti umanitari e di cooperazione, a partire dalla prevenzione, all’azione immediata a favore delle vittime, fino a prendere provvedimenti disciplinari di assoluto rigore.

Nel frattempo le sfide che ogni giorno affrontiamo sono diventate sempre più difficili e il nostro lavoro sempre più importante. Solo lo scorso anno Oxfam, con le sue 22 affiliate nazionali, ha operato in oltre 90 paesi nel mondo, portando soccorso e lottando al fianco di quasi 20 milioni di persone povere e vulnerabili, la maggior parte sono donne e bambine. Questo è stato possibile grazie all’impegno quotidiano e globale di oltre 10.000 operatori e quasi 50,000 fra stagisti e volontari. In particolare in Italia sono stati 382 gli operatori attivi 35.000 le persone che sono state raggiunte dal nostro aiuto.

Purtroppo nonostante gli sforzi di Oxfam e di tante altre organizzazioni umanitarie, proprio lo scorso anno, per la prima volta in un decennio, il triste conto delle persone che soffrono la fame è aumentato: 815 milioni, il 60% sono donne e bambine.

La realtà purtroppo è questa: ancora oggi, la disuguaglianza continua drammaticamente ad aumentare con l’effetto di far sì che pochissime persone abbiano aumentato il proprio patrimonio e allo stesso tempo migliaia, milioni, di persone vadano verso uno stato di indigenza sempre più grave.

Un caro saluto,

Alessandro Bechini

 

  

  

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